Quasi tutti gli imprenditori partono dalla domanda inversa: «quanto fatturerò?». Poi a fine anno vedono cosa hanno guadagnato, e il più delle volte è meno di quanto pensavano. C’è una via opposta, anche più semplice: decidi prima quanto vuoi guadagnare, e dai numeri della tua azienda si ricava esattamente che fatturato, che mix, che prezzo medio servono per arrivarci. Non è una previsione: è un calcolo.
Ogni imprenditore di PMI italiana, in privato, ha un numero in testa: «voglio guadagnare X dalla mia azienda quest’anno». Per qualcuno è 50.000 €, per qualcuno 100.000, per altri molto di più. È un numero legittimo, ragionato sul tenore di vita, sulle scadenze familiari, sui debiti personali, sull’idea di lavoro che ha. Il problema arriva al passo successivo: come si trasforma quel numero in un obiettivo aziendale verificabile? Quanto fatturato serve? A che prezzo medio? Con quale mix di clienti? Con quanti pezzi?
La risposta che la maggior parte degli imprenditori ottiene dal proprio commercialista è qualitativa: «devi fatturare di più», «devi alzare i prezzi», «devi ridurre i costi». Sono indicazioni vere ma generiche, e soprattutto non quantificate. Non rispondono alla domanda concreta: di quanto in più? Per arrivare esattamente a quale utile?
La causa è di impostazione. Il bilancio civilistico che il commercialista chiude per il Fisco non separa i costi per come si comportano realmente: costi fissi, che restano costanti a prescindere dal volume di vendite, e costi variabili, che si muovono in proporzione ai ricavi. Senza questa separazione, calcolare il fatturato necessario a un certo utile diventa impossibile: gli strumenti tecnici esistono da quasi un secolo nella letteratura aziendale, l’analisi costi-volumi-profitto (CVP), il punto di pareggio (break-even), il margine di contribuzione, la leva operativa, ma richiedono una riclassificazione dei costi che il bilancio civilistico non contiene.
Il risultato è che gran parte delle PMI italiane pianifica per sensazione. Si dice «quest’anno punto a un fatturato di X» e si arriva a dicembre senza un confronto strutturato con il piano. Quando l’utile è inferiore alle attese, manca il modello che spiega perché: è stato un problema di volumi? Di prezzo medio? Di mix? Di un costo fisso aumentato durante l’anno? Senza separazione tra costi fissi e variabili, la diagnosi del «non ho guadagnato quello che volevo» resta confusa.
C’è anche un effetto strategico più sottile. Senza la lettura CVP, le decisioni di prezzo si prendono a sensazione. «Posso fare uno sconto del 10% per chiudere quella commessa?»: una risposta corretta è possibile solo se conosci il margine di contribuzione della commessa, cioè la separazione tra costi fissi e variabili. Lo stesso vale per il mix: lavorare di più sul cliente A o sul cliente B? Una scelta che cambia tutto a fine anno, ma che senza il modello giusto si prende dicendo «mi piace di più lavorare con A».
La riclassificazione dei costi tra fissi e variabili nasce dalla Diagnosi, che legge la struttura reale dei tuoi costi nel Conto Economico a costi fissi e variabili, secondo la prassi consolidata italiana e internazionale (Garrison, Horngren, Brunetti, Caramiello). Su quella base, nella fase di Definizione, si costruisce il modello CVP da cui si ricavano in modo rigoroso i numeri che cambiano la conversazione di pianificazione.
Cosa calcolo
Cosa ricevi
Il modello restituisce la riclassificazione dei tuoi costi (fissi e variabili, calcolati sul reale, non stimati), il punto di pareggio, il margine di contribuzione, la leva operativa e, se indichi il tuo utile target, il fatturato preciso a cui puntare il prossimo esercizio. Non un valore approssimativo: un numero calcolato sui tuoi dati e ricostruibile passo per passo.
Il modello CVP personalizzato resta tuo. Quando vorrai simulare uno scenario diverso, un nuovo prezzo, un cambio di mix, un investimento che modifica i costi fissi, un’assunzione che cambia la struttura, basta aggiornare i parametri per vedere subito l’effetto sul fatturato target e sull’utile. Non è una fotografia da archiviare: è uno strumento di pianificazione vivo.
Il modello dialoga naturalmente con il Business Plan, la fase successiva di Governance 4D™. Se dopo la Diagnosi vorrai costruire un piano triennale, il CVP è la base quantitativa su cui poggiano obiettivi di fatturato, investimenti e ipotesi di crescita: numeri ragionati, non desideri formulati come obiettivi.
Il CVP è uno strumento autonomo, ma per essere accurato richiede dati che il bilancio civilistico non contiene direttamente: la separazione dei costi tra fissi e variabili sulla base del loro comportamento reale, non su categorie contabili. Quella separazione è esattamente il lavoro che fa la Diagnosi. Senza, qualsiasi calcolo CVP si fonda su stime che ne invalidano il risultato.
Si parte dalla Diagnosi: sui tuoi tre bilanci più recenti e su una sessione di lavoro per separare i costi che il bilancio aggrega, legge i numeri reali della tua azienda e ti consegna il Report Diagnostico. Da lì, nella fase di Definizione, il modello CVP si costruisce su quei numeri e ti dà la risposta concreta alla domanda di partenza: dato un utile X desiderato, il fatturato Y necessario. La Diagnosi è un lavoro singolo, senza impegno per le fasi successive.
Il punto di pareggio è la stessa cosa del fatturato target?
Sono due numeri diversi della stessa famiglia. Il punto di pareggio è il fatturato esatto al quale la tua azienda chiude in pareggio: niente utile, niente perdita. Il fatturato target per utile predeterminato è invece il fatturato necessario a produrre l’utile che hai deciso (per esempio 80.000 € di utile netto). Tipicamente è significativamente più alto del pareggio, e dipende dal margine di contribuzione della tua azienda. Entrambi si calcolano con la stessa logica e sugli stessi dati.
Il mio commercialista mi dice di «fatturare di più». È sufficiente?
È un’indicazione corretta nella direzione, ma generica nella quantità. «Fatturare di più» quanto? Per arrivare a quale utile? Con quale impatto sui costi fissi, dato che aumentare il fatturato spesso richiede investimenti che a loro volta aumentano i costi fissi? Il modello CVP risponde a queste domande in modo numerico, non qualitativo. Non sostituisce il lavoro del commercialista, fatto per la compliance fiscale, ma lo completa con un livello di lettura gestionale.
Quanto è realistica una simulazione per il prossimo anno? Il mercato cambia.
La simulazione non è una previsione di mercato: non pretende di indovinare cosa farà il tuo settore l’anno prossimo. È un modello che, dati i tuoi costi attuali e il tuo margine di contribuzione, calcola di quanto deve essere il fatturato per generare un certo utile. Le variabili di mercato (volumi, prezzi, mix) entrano come ipotesi che controlli tu e che posso testare con la sensitivity analysis: cosa succede se i volumi calano del 10%? Se il prezzo medio sale del 3%? Il modello ti restituisce uno scenario base e tre varianti, così la pianificazione poggia su ipotesi consapevoli, non su un singolo numero fragile.
Devo impegnarmi per un percorso lungo?
No. Si parte dalla Diagnosi, un lavoro singolo: al termine hai il Report Diagnostico e una conversazione di restituzione, e decidi tu se proseguire. Il modello CVP si costruisce nella fase di Definizione; da lì il percorso può continuare in D3 con un Business Plan triennale o in D4 con un sistema di controllo, oppure usi il Report autonomamente per la pianificazione interna o per dialogare con il tuo commercialista, il tuo CFO o il tuo controller. Nessun rinnovo automatico, nessuna sottoscrizione, nessuna chiamata di sollecito.
Decidi tu il numero; dai tuoi dati reali si ricava il fatturato che serve per arrivarci. Tutto parte dalla Diagnosi: i numeri da cui il modello calcola, invece di indovinare. Il compenso è di € 1.500.
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