Crisi d’impresa
Chi decide per conto di altri

Il rischio che nessuno ha messo a bilancio
Nessuna impresa seria va a sbattere contro un muro per principio.
Quando valuto un'operazione con un imprenditore, la domanda che pongo è sempre la stessa: quanto rischio ci assumiamo e chi lo paga. Vale per un nuovo stabilimento come per l'ingresso di un socio. I principi contano, e spesso sono la ragione stessa per cui un'impresa esiste. Senza un conto economico accanto, però, una scelta di principio diventa un azzardo, e l'azzardo di chi decide lo pagano quasi sempre persone che a quel tavolo non sedevano.
Negli ultimi anni ho ripensato spesso a questa domanda guardando a una decisione presa molto lontano dalle aziende che frequento, ma che sui loro margini ha pesato più di molte scelte interne: il modo in cui l'Europa ha gestito il proprio rapporto con la Russia.
Il racconto e il conto
L'allargamento a est, quello dell'Unione europea e quello della NATO, è stato raccontato soprattutto come una questione di diritti, cioè la libertà dei popoli usciti dal blocco sovietico di scegliere da che parte stare. È un racconto nobile e in buona parte fondato, perché quella libertà è reale e merita di essere difesa. Accanto ai principi, però, c'erano ragioni economiche e di potere, e soprattutto c'era un rischio. Il racconto pubblico lo ha lasciato in ombra.
La decisione di invadere l'Ucraina è stata presa a Mosca, e la responsabilità di una guerra resta di chi la scatena. Quella decisione però non è maturata nel vuoto. È arrivata al termine di anni in cui ciascuna delle due parti ha letto le mosse dell'altra come una minaccia e ha risposto alzando il livello. I Paesi dell'Est avevano pieno diritto di scegliere le proprie alleanze, e allo stesso tempo Mosca aveva dichiarato per anni, in ogni sede, quali fossero le sue linee rosse. Entrambe le cose sono vere, ed entrambe andavano messe sul tavolo. La domanda che mi interessa è quella che faccio in azienda: il rischio era noto? E se lo era, chi lo ha pesato?
Gli avvertimenti c'erano
Sul versante NATO il documento più citato è il memorandum che l'ambasciatore americano a Mosca William Burns inviò il 1° febbraio 2008, due mesi prima del vertice di Bucarest in cui i Paesi dell'Alleanza dovevano decidere se aprire la strada alla futura adesione di Ucraina e Georgia. Il titolo non lasciava margini: «Nyet means nyet», no significa no. Burns riferiva che a Mosca si temeva che le profonde divisioni interne all'Ucraina sulla NATO potessero portare a una spaccatura violenta, nel caso peggiore a una guerra civile.
Sul versante europeo il segnale arrivò nel 2013. In vista del vertice di Vilnius, dove Kiev avrebbe dovuto firmare l'accordo di associazione con l'Unione, il Parlamento europeo denunciò in una risoluzione le pressioni esercitate dalla Russia sull'Ucraina, incluse minacce di sanzioni commerciali. Alla vigilia del vertice il presidente Yanukovich sospese i preparativi per la firma, dichiarando di voler rafforzare i rapporti con Mosca. Pochi mesi dopo la Crimea venne annessa.
Gli avvertimenti su come avrebbe reagito Mosca circolavano da anni, anche tra i diplomatici occidentali. Nessuno li ha messi a bilancio.
Il 2021, un anno di segnali
I dodici mesi che hanno preceduto l'invasione sono una sequenza di segnali che chiunque poteva leggere. In primavera la NATO avviò sotto guida americana l'esercitazione Defender Europe 21. Il ministro della Difesa russo Shoigu la definì la più grande dell'Alleanza degli ultimi trent'anni, accusò gli Stati Uniti di condurre in Europa fino a quaranta grandi esercitazioni l'anno con un orientamento apertamente antirusso e presentò come risposta lo spostamento di unità verso il confine occidentale. Nelle stesse settimane il segretario generale della NATO Stoltenberg denunciava il più ampio concentramento di truppe russe ai confini ucraini dall'annessione della Crimea.
A giugno il cacciatorpediniere britannico HMS Defender transitò al largo della Crimea, in acque che Londra considera ucraine. Mosca dichiarò di aver sparato colpi di avvertimento e sganciato bombe sulla sua rotta, parlò di provocazione e minacciò di colpire la prossima nave. Londra negò di essere stata presa di mira. Pochi giorni dopo partì nel Mar Nero l'esercitazione Sea Breeze, coordinata da Stati Uniti e Ucraina con la partecipazione di 32 Paesi, e la Russia rispose mettendo alla prova in Crimea i propri sistemi di difesa aerea con una ventina di velivoli e le batterie S-400.
A novembre Washington e Kiev firmarono una Carta di partenariato strategico che richiamava il vertice di Bucarest del 2008 e sosteneva le aspirazioni dell'Ucraina ad aderire alla NATO, con l'impegno a rafforzare la cooperazione nella sicurezza del Mar Nero e nella condivisione dell'intelligence. Il Cremlino la lesse come un passo verso l'adesione. Intanto, dopo l'esercitazione russo-bielorussa Zapad di settembre, nuove truppe russe affluivano vicino al confine ucraino.
Il 17 dicembre Mosca rese pubbliche due bozze di accordo con Stati Uniti e NATO. Chiedeva di escludere l'adesione dell'Ucraina e di altri Paesi ex sovietici e di ridimensionare la presenza militare dell'Alleanza nell'Europa centrale e orientale. Il viceministro degli Esteri Ryabkov dichiarò che i rapporti erano arrivati a un punto pericoloso e che dispiegamenti ed esercitazioni della NATO vicino ai confini russi rappresentavano una minaccia inaccettabile. Il 26 gennaio Stati Uniti e NATO consegnarono le risposte scritte: nessuna concessione sulla politica della porta aperta né sulla presenza militare nell'Est, e in cambio proposte di negoziato sul controllo degli armamenti e sulla trasparenza delle esercitazioni. Meno di un mese dopo cominciò l'invasione.
Si può discutere a lungo su chi abbia provocato chi, e ciascuno troverà nella cronaca gli argomenti per la propria tesi. Per chi ragiona sul rischio conta un aspetto più semplice: questi segnali erano pubblici, si susseguivano mese dopo mese e indicavano tutti un'escalation.
Il dato che più mi colpisce, da persona che legge bilanci per mestiere, riguarda però l'Italia. Dal 2014 il rischio non era più un'ipotesi da cablogramma, perché si era già manifestato. Eppure l'esposizione verso quel fornitore è cresciuta. Lo ammise alla Camera, durante il question time del 9 marzo 2022, il presidente del Consiglio Mario Draghi: le importazioni di gas russo erano aumentate persino dopo l'invasione della Crimea, a dimostrazione di una sottovalutazione del problema sia nella politica energetica sia in quella estera. I numeri gli danno ragione: tra il 2013 e il 2018 il gas russo importato dall'Italia è salito da 28 a 32,8 miliardi di metri cubi.
del gas importato dall'Italia nel 2021 arrivava ancora dalla Russia: 29,1 miliardi di metri cubi, a fronte di un consumo nazionale di circa 76. Il gas valeva il 40% del mix energetico del Paese, la quota più alta dell'Unione, ed era importato per il 93-94%.
Fonti · Informativa del Ministro Cingolani al Senato, 16 marzo 2022; QualEnergia su dati 2020-2021
Se un'impresa mi presentasse un bilancio con il 40% di un approvvigionamento critico concentrato su un solo fornitore, in un anno in cui i segnali di rottura si moltiplicavano sotto gli occhi di tutti, il primo punto che metterei sul tavolo sarebbe quello.
Il conto è arrivato
La crisi energetica era già in corso dal settembre 2021, e la guerra l'ha trasformata in uno shock. Secondo la valutazione finale del centro studi Bruegel, tra settembre 2021 e gennaio 2023 gli Stati dell'Unione, insieme a Norvegia e Regno Unito, hanno speso o impegnato circa 758 miliardi di euro per proteggere famiglie e imprese dai rincari, pari al 4,4% del loro PIL complessivo. Sono risorse pubbliche, quindi debito e tasse future, e il conto torna comunque a chi lavora e a chi produce.
Sulle imprese il colpo è stato diretto. Già nel dicembre 2021, prima dell'invasione, Confindustria stimava così la spesa energetica della manifattura italiana.
La bolletta della manifattura italiana
▲In tre anni la spesa per l'energia della manifattura si moltiplica per più di quattro volte. Chi non può trasferire i rincari sui clienti li paga con il margine.
Nell'indagine condotta dalla Banca d'Italia tra agosto e settembre 2022 sulle imprese con almeno 50 addetti, quasi un terzo delle aziende segnalava difficoltà legate al costo dell'energia maggiori rispetto al trimestre precedente, e i listini risultavano in accelerazione, sospinti dai rincari degli input. Le piccole imprese hanno pagato più di tutte: un'indagine CNA del settembre 2022 rilevava che proprio lì si concentravano i costi più alti per unità di energia consumata, e che in molti casi la spesa energetica era triplicata. Chi non poteva trasferire i rincari sui clienti ha visto i margini assottigliarsi nel giro di pochi mesi.
Cosa insegna a chi amministra un'impresa
In azienda questo ragionamento ha un fondamento preciso. L'art. 2086 del codice civile impone all'imprenditore che opera in forma societaria o collettiva di istituire assetti adeguati alla natura e alle dimensioni dell'impresa, anche per rilevare tempestivamente i segnali di crisi. Gli assetti adeguati servono a questo: a cogliere i segnali prima che diventino danni. Una dipendenza da un unico fornitore critico è esattamente il genere di segnale che deve arrivare sul tavolo del consiglio, accompagnato da uno scenario che dica quanto costerebbe perderlo.
L'amministratore che espone la società a un rischio noto senza valutarlo ne risponde. Nessuno gli chiede di prevedere una guerra. Gli si chiede di sapere a cosa è esposta la società e di aver ragionato sulle conseguenze prima di decidere. La giurisprudenza lo ripete da tempo: le scelte di gestione non si sindacano nel merito, a condizione che siano state precedute da un'istruttoria adeguata. Un errore di previsione capita a chiunque. Un rischio che nessuno ha voluto guardare è un'altra faccenda.
Il principio vale ovunque qualcuno decida con le risorse di altri. In un consiglio di amministrazione come a Bruxelles, chi decide per conto di altri ha il dovere di pesare le conseguenze e di dire con chiarezza chi ne sopporterà il costo. Una scelta di principio può essere giusta e allo stesso tempo costosa, e proprio per questo va presa sapendo quanto costa.
Posti di lavoro e margini non si difendono con le dichiarazioni di principio. Il rischio va messo a bilancio prima, quando guardarlo costa ancora poco.



